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Perché il Digital Markets Act danneggia gli utenti Apple in Europa

DMA: la disperazione degli utenti Apple

Introduzione

Anche quest’anno alla WWDC26 di Apple sono state presentate novità strepitose che gli utenti europei non vedranno mai sui propri dispositivi Apple. Questo post analizza in dettaglio  e con onestà intellettuale i motivi per i quali il DMA produce i suoi effetti nefasti sugli utenti europei dell’ecosistema Apple, senza prodursi in sterili lamentale ma analizzando i motivi che hanno portato all’emanazione di questo provvedimento. Se vi piacciono  le polemiche inutili sapete già a quali digital creator rivolgevi, io non amo fare polemica: preferisco approfondire i problemi  e aiutarvi a capire.

Perché esiste il DMA

Per capire il Digital Markets Act bisogna partire da un fallimento. Per vent’anni l’Unione Europea ha provato a disciplinare i giganti del digitale con gli strumenti classici del diritto antitrust: gli articoli 101 e 102 del Trattato sul Funzionamento dell’UE, che vietano le intese restrittive e l’abuso di posizione dominante. Il metodo era quello ex post: si aspetta che l’abuso avvenga, si apre un’istruttoria, si raccolgono prove, si arriva a una sanzione. Peccato che questo avveniva con un ritardo enorme. Il caso Google Shopping è emblematico: la condotta contestata risale al 2008, la multa è del 2017, la sentenza definitiva della Corte di Giustizia è del 2024. Sedici anni. Nel frattempo i concorrenti danneggiati da  Google erano spariti dal mercato.

Il DMA — Regolamento (UE) 2022/1925, proposto dalla Commissione nel dicembre 2020, approvato dal Parlamento europeo il 5 luglio 2022 con 588 voti favorevoli, 11 contrari e 31 astensioni, in vigore dal novembre 2022 e applicabile dal marzo 2024 — rovescia la logica. Non più repressione ex post, ma prevenzione ex ante: una lista di obblighi e divieti che si applicano automaticamente, prima e a prescindere da qualsiasi abuso accertato, a una categoria definita di soggetti.

Questi soggetti sono i Gatekeeper: le piattaforme che, per dimensioni e radicamento, costituiscono un punto di passaggio obbligato tra imprese e consumatori. I criteri che individuano i Gatekeeper sono quantitativi e oggettivi — fatturato europeo sopra i 7,5 miliardi di euro o capitalizzazione sopra i 75 miliardi, più di 45 milioni di utenti finali mensili nell’UE, più di 10.000 utenti business annui — e la designazione riguarda specifici “servizi di piattaforma di base”, non l’azienda in blocco. Nel settembre 2023 la Commissione ha designato sei gatekeeper: Alphabet, Amazon, Apple, ByteDance, Meta e Microsoft (Booking si è aggiunta nel 2024). Per Apple i servizi designati sono iOS, l’App Store e Safari, ai quali si è aggiunto iPadOS nella primavera 2024.

L’idea di fondo del legislatore europeo è che in questi mercati la concorrenza non si ripristina da sola ma abbia bisogno dell’aiutino del legislatore: le dinamiche di rete, i costi di ipotetica migrazione verso un altro servizio analogo  e l’integrazione verticale creano posizioni di predominio che si autoalimentano. Il DMA vuole quindi mantenere i mercati digitali “equi e contendibili” imponendo ai gatekeeper comportamenti che un mercato concorrenziale produrrebbe spontaneamente: apertura, interoperabilità, non discriminazione. Le sanzioni sono dimensionate sulla forza dei destinatari: fino al 10% del fatturato mondiale, fino al 20% in caso di recidiva.

Va detto subito, per onestà intellettuale, che il DMA non è una legge “contro Apple”. Si applica con gli stessi obblighi a Google, Meta, Amazon, Microsoft e ByteDance. Ma è sull’ecosistema Apple che il regolamento produce gli effetti più visibili per l’utente comune, per una ragione molto semplice: nessun altro gatekeeper ha costruito il proprio vantaggio competitivo sull’integrazione stretta e proprietaria tra hardware, software e servizi. Ed è esattamente quell’integrazione, che fa la fortuna degli utenti Apple, che il DMA, in alcuni suoi articoli, pretende di aprire a soggetti terzi e concorrenti.

Gli articoli che incidono sull’ecosistema

Tre disposizioni, in particolare, sono all’origine delle limitazioni che gli utenti europei sperimentano.

L’articolo 6, paragrafo 7 è il cuore del conflitto. Impone al gatekeeper di garantire a sviluppatori e produttori terzi, gratuitamente, un’interoperabilità effettiva con le stesse funzionalità hardware e software del sistema operativo a cui accedono i servizi del gatekeeper stesso. Tradotto: se gli AirPods possono usare in modo privilegiato i microfoni e il pairing rapido dell’iPhone, anche le cuffie di un concorrente devono poterlo fare. Se l’Apple Watch riceve le notifiche complete e sincronizza le reti Wi-Fi dal telefono, anche uno smartwatch Garmin deve poter accedere agli stessi meccanismi. Nel marzo 2025 la Commissione ha adottato due “decisioni di specificazione” che dettagliano come Apple debba adempiere: notifiche, trasferimento dati ad alta velocità, accoppiamento semplificato, condivisione di rete.

L’articolo 6, paragrafo 4 obbliga Apple a consentire l’installazione di app store alternativi e il caricamento diretto di applicazioni (sideloading) su iOS e iPadOS — la fine del monopolio dell’App Store come unico canale di distribuzione.

L’articolo 5, paragrafo 4 (anti-steering) garantisce agli sviluppatori il diritto di comunicare agli utenti offerte e canali di acquisto esterni all’App Store. È la norma alla base della sanzione da 500 milioni di euro inflitta ad Apple nell’aprile 2025.

A queste si aggiungono l’articolo 6(3) (schermate di scelta per browser e app predefinite) e il 5(7) (divieto di imporre il proprio sistema di pagamento in-app).

Le limitazioni che rendono l’esperienza d’uso di un utente europeo frustrante

Qui la cronaca degli ultimi due anni diventa un elenco. Apple ha reagito agli obblighi di interoperabilità con una strategia precisa: dove ritiene di non poter (o voler) aprire una funzione ai terzi nei tempi richiesti, la funzione semplicemente non arriva nell’UE.

Apple Intelligence (2024-2025).

Il caso che ha aperto la stagione. Annunciata alla WWDC 2024, la suite di intelligenza artificiale non è stata rilasciata nell’UE al lancio di iOS 18; Apple citò esplicitamente i requisiti di interoperabilità del DMA come rischio per “privacy degli utenti e sicurezza dei dati”. È arrivata in Europa solo nell’aprile 2025, con iOS 18.4, dopo mesi di interlocuzione con la Commissione.

iPhone Mirroring (2024-oggi)

Presentata insieme ad Apple Intelligence, la funzione che proietta e controlla l’iPhone dallo schermo del Mac non è mai stata attivata nell’UE. È il caso più longevo: a metà 2026 un utente di Lisbona o di Genova con un iPhone 17 e un MacBook nuovo di zecca vede ancora il messaggio “non disponibile nel tuo Paese o regione”. La motivazione di Apple: il mirroring si fonda sui protocolli proprietari di Continuity, e il DMA potrebbe imporre di estenderli a PC Windows o dispositivi Android, con esposizione di dati sensibili che l’azienda dichiara di non saper ancora gestire in sicurezza.

SharePlay Screen Sharing (2024).

La condivisione e il controllo remoto dello schermo, terza funzione trattenuta al lancio di iOS 18, ha seguito un percorso analogo di ritardo.

Live Translation con AirPods(2025).

La traduzione simultanea delle conversazioni, presentata con gli AirPods Pro 3 a settembre 2025, è stata bloccata al lancio per gli utenti con account e residenza UE. Il nodo era da manuale: l’elaborazione avviene sull’iPhone, non sugli auricolari, quindi l’obbligo di interoperabilità avrebbe richiesto di aprire la funzione anche alle cuffie concorrenti. Apple ha sostenuto di dover completare un lavoro di ingegneria aggiuntivo per garantire che le conversazioni — elaborate sul dispositivo e mai accessibili nemmeno ad Apple — non fossero esposte ad aziende terze. La funzione è poi arrivata in Europa a fine 2025, accompagnata da una nuova API che consente ai concorrenti l’uso simultaneo di microfoni e altoparlanti.

Sincronizzazione Wi-Fi dell’Apple Watch (novembre 2025).

Il caso più istruttivo, perché qui Apple non ha ritardato: ha rimosso. La Commissione chiedeva di aprire entro fine 2025 la condivisione delle reti Wi-Fi dell’iPhone agli accessori di terze parti, replicando ciò che avviene con l’Apple Watch. La risposta di Cupertino: poiché l’Europa esige che i prodotti terzi siano trattati come l’Apple Watch, la sincronizzazione viene disattivata anche sull’Apple Watch degli utenti europei. Parità verso il basso.

Funzioni di Mappe (2025).

“Luoghi visitati” e i percorsi preferiti sono stati rinviati nell’UE: condividere quei dati con sviluppatori terzi, sostiene Apple, comprometterebbe la riservatezza della cronologia degli spostamenti.

Siri AI e iOS 27  (2026).

L’ultimo capitolo, il più pesante. Alla WWDC 2026 Apple ha presentato Siri AI, l’assistente ricostruito su Apple Intelligence e sui modelli Gemini di Google: conversazioni multi-turno, intelligenza contestuale, Visual Intelligence sulla fotocamera. Al lancio di iOS 27 e iPadOS 27, Siri AI non sarà disponibile nell’UE su iPhone e iPad — mentre arriverà regolarmente su macOS 27, visionOS 27 e watchOS 27, piattaforme per le quali Apple non è designata come gatekeeper. Il dettaglio è eloquente: la geografia del blocco coincide esattamente con il perimetro della designazione DMA. Craig Federighi ha dichiarato che Apple non è in grado di fornire una tempistica per il rilascio europeo, e che nemmeno gli sviluppatori UE potranno testare le nuove API.

Come è penalizzato un utente Apple europeo rispetto ad uno Americano, inglese o svizzero

Mettiamo in fila l’esperienza concreta. Un utente di San Francisco, Londra o Zurigo — paesi dove l’ecosistema funziona completamente — e un utente UE comprano lo stesso iPhone, allo stesso prezzo (anzi, l’europeo paga di più, IVA inclusa). Ecco cosa ottengono a giugno 2026:

Funzione USA / UK / Svizzera Unione Europea
Siri AI (iOS 27 / iPadOS 27) Al lancio, autunno 2026 Non disponibile, nessuna data
iPhone Mirroring su Mac Dal 2024 Mai arrivato
Live Translation AirPods Dal lancio (set. 2025) Arrivata con mesi di ritardo
Apple Intelligence Ott. 2024 Apr. 2025
Sync Wi-Fi iPhone–Apple Watch Funzionante Disattivata da nov. 2025
Luoghi visitati / percorsi (Mappe) Disponibili Rinviati
App store alternativi, sideloading Non disponibili Disponibili
Pagamenti e link esterni all’App Store Limitati Garantiti per legge
Schermata di scelta del browser No
NFC aperto a wallet di terzi Limitato

Verde = disponibile· Giallo = con limitazioni o ritardo · Rosso = non disponibile. Stato a giugno 2026.

Le ultime quattro righe sono la parte del confronto che spesso si dimentica, e che un articolo onesto deve includere: il DMA ha tolto molto agli utenti europei, ma, nell’ottica del legislatore, ha anche dato qualcosa. Qualcosa che però, nell’ottica del tipico utente Apple, è perfettamente inutile. Solo nell’UE è possibile installare AltStore o l’Epic Games Store su iPhone, scaricare Fortnite senza passare da Apple, pagare un abbonamento dentro un’app senza la commissione del 30%, scegliere il browser al primo avvio con un motore di rendering davvero alternativo a WebKit, usare app di pagamento concorrenti con accesso pieno al chip NFC. Un Apple utente americano non può fare nulla di tutto questo — e infatti negli Stati Uniti, va detto,  è in discussione da anni un Open App Markets Act che al DMA si ispira dichiaratamente. Va anche detto, però che chi tiene alla filosofia che predilige la massima apertura e configurabilità a fronde della fluidità, della praticità e della sicurezza, dei compra un terminale Android e si diverte a combattere con windows.

Il bilancio, quindi, non è “l’Europa ha un iPhone peggiore” ma qualcosa di più sottile: l’utente europeo ha un iPhone più aperto e meno integrato; l’utente americano ha un iPhone più chiuso e più fluido. Quale dei due sia migliore dipende da quale funzione si considera essenziale: per chi vive dentro l’ecosistema Apple — un iPhone, un Mac, un Watch, gli AirPods — la versione europea è oggettivamente mutilata nelle funzioni di continuità che di quell’ecosistema sono la ragione d’essere. Per chi considera l’iPhone un computer di cui vorrebbe disporre liberamente, la versione europea è l’unica al mondo che si avvicina all’ideale essendo ben lontana dal raggiungerlo.

Apple e Unione Europea: due narrazioni in conflitto

Restano due domande: i ritardi sono una conseguenza inevitabile della legge o una scelta di Apple? Apple potrebbe fare qualcosa per  rendere l’esperienza di un utente europeo più vicina a quella di un utente americano?

La versione di Apple

La versione di Apple è coerente e documentata: l’articolo 6 impone di estendere ai terzi funzioni progettate per essere sicure dentro un perimetro chiuso. Aprire la traduzione simultanea a cuffie di altri produttori, o il mirroring a sistemi operativi altrui, significa esporre flussi di dati (conversazioni, schermate, reti Wi-Fi, posizione) a soggetti su cui Apple non ha controllo. Servono mesi di ingegneria per farlo senza degradare privacy e sicurezza; nel frattempo, meglio non lanciare. A settembre 2025 l’azienda è andata oltre, chiedendo formalmente l’abrogazione o una revisione profonda del DMA e sostenendo che la legge rende gli europei “cittadini digitali di serie B”. Apple lamenta anche un’applicazione squilibrata: cinque delle prime otto indagini DMA hanno riguardato Cupertino, nonostante Android abbia in Europa una quota di mercato tripla rispetto a iOS.

La versione della Commissione

La versione della Commissione è speculare: le norme non vietano affatto di lanciare Siri AI o il mirroring in Europa; chiedono solo che le stesse capacità siano accessibili anche ai concorrenti. Il ritardo, in questa lettura, non dipende dalla legge ma dall’incapacità — o dalla scelta strategica — di Apple di adattare le proprie piattaforme ai requisiti di interoperabilità. I più critici aggiungono che trattenere funzioni molto desiderate è anche una leva negoziale e comunicativa: ogni funzione assente con l’etichetta “colpa del DMA” è un argomento regalato a chi vuole ammorbidire il regolamento, e orienta la frustrazione degli utenti verso Bruxelles anziché verso Cupertino. Il caso del Wi-Fi dell’Apple Watch — dove Apple ha preferito spegnere la funzione a tutti piuttosto che aprirla — è citato come prova che la posta in gioco non è la fattibilità tecnica ma il controllo dell’ecosistema.

Come spesso accade, le due narrazioni non si escludono. È plausibile che aprire in sicurezza protocolli nati chiusi richieda davvero tempo e lavoro; ed è altrettanto plausibile che Apple abbia tutto l’interesse a far pesare quel tempo sugli utenti europei nel modo più visibile possibile. Il DMA, dal canto suo, sconta un problema reale: scritto pensando ad app store e motori di ricerca, si trova ad arbitrare questioni di architettura hardware-software che il legislatore del 2020 non aveva davanti agli occhi — l’intelligenza artificiale on-device, su tutte.

Chi sono i parlamentari italiani che hanno  votato l’obbrobrio DMA

A parte l’eccezione della parlamentare indipendente Francesca Donato, nessun altro parlamentare italiano ha votato contro l’approvazione del DMA: tutti a favore, qualche astenuto.  I risultati ufficiali della votazione del 5 luglio 2022 con cui è stato approvato il DMA sono disponibili a questa pagina: https://howtheyvote.eu/votes/146588 filtrando per paese, potrete vedere il voto di ciascun parlamentare europeo italiano. Partendo dalla pagina https://www.europarl.europa.eu/meps/it/full-list/all è possibile cercare la scheda del singolo parlamentare e, accedendo alla sua scheda, contattarlo per esprimere il nostro dissenso sugli effetti della legge che ha votato. Vi consiglio educazione e rispetto.

 Conclusione

Il Digital Markets Act è il tentativo più ambizioso mai fatto dal legislatore europeo di riscrivere le regole del gioco digitale. Sull’ecosistema Apple i suoi effetti sono oggi un esperimento naturale a cielo aperto che finora ha portato ad una penalizzazione importante degli stessi cittadini che la legge voleva difendere che si ritrovano con device amputati delle funzioni di continuità più avanzate.  Un decreto che ragiona sul mercato ma che non impedisce a colossi come Facebook di imporre regole, come l’anonimato degli account, che minano la sicurezza dei cittadini. Colossi Google e Facebook che spesso sono restii a collaborare con le forze dell’ordine quando si tratta di reati minori come la truffa  o la diffamazione o di situazioni odiose e destabilizzanti come le fake news.

Oggi su Facebook chiunque può impersonare un’azienda di trasporti, ad esempio, e truffare gli utenti vendendo abbonamenti falsi. Può perseguitare l’ex partner distruggendo la sua reputazione o può rovinare la vita di una persona scrivendo falsità infamanti sul suo conto. Di queste emergenze il DMA non si occupa.

Claudio Di Tursi

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