Hub USB-C multiporta: quale scegliere e cosa fare quando non funziona

Hub USB-C multiporta: quale scegliere e cosa fare quando non funziona

 

 

Un MacBook senza un Hub USB o gli specifici adattatori non può collegarsi praticamente a nulla che non sia wireless.  Anche scambiarsi i dati con i colleghi con una memory pen USB è un problema (io almeno questo l’ho risolto con una memory pen San Disk con doppio ingresso USB-A – USB-C, ma ne parleremo più avanti in un prossimo articolo).

Sul mercato si trovano tantissimi HUB che, occupando una solo a porta USB-C, offrono molti collegamenti e potendo ricevere in ingresso il cavo dell’alimentazione ricaricano pure il MacBook. Ve ne sono di tanti prezzi, peraltro tutti in calo,  e nelle versioni più complete offrono, oltre alle classiche porte USB-A per il collegamento dei device più disparati, slot per le schede SD, MicroSD, la porta per il collegamento alla lan e l’uscita video. 

In  pratica questi HUB multifunzione possono fungere da vere e proprie docking station: si arriva al mattino in ufficio e collegando un solo cavo si può usare il Mac a coperchio chiuso con mouse, tastiera estesa, schermo esterno ad alta o altissima definizione e collegamento ai servizi di rete dell’infrastruttura IT della ditta in cui si lavora. 

HUB multiporta: quali scegliere

Gli HUB Multiporta sono moltissimi e differiscono molto fra loro per qualità costruttiva e numero di porte che offrono. Non tutti hanno, ad esempio, la porta Ethernet per il collegamento alla rete via cavo, e tra quelli che offrono l’uscita video a volte bisogna scegliere il formato che ci serve tra la classica VGA, l’HDMI, e la Display Port.  Detto questo, l’impressione che si ha è che ci siano i soliti tre o quattro costruttori cinesi che rivendono a ditte che rimarchiano.

Leggendo sui forum e guardando un po’ di recensioni sembra che a parte il calore che sviluppano, che è elevato, ed il problema delle interferenze col Wi-Fi che li accomuna un po’ tutti, e del quale più avanti diamo una soluzione definitiva, ci si trovi davanti prodotti che fanno quello che promettono.

Nella tabella qui sotto vi do alcuni suggerimenti per l’acquisto, ma si tratta solo di alcuni dei dispositivi che potrete acquistare, la scelta è davvero molto ampia ed è facile sbagliare o farsi spedire a casa un dispositivo che non funziona. Nel caso niente panico, con una telefonata al numero verde di Amazon si ottiene il rimborso immediato di quanto speso ed il ritiro a costo zero presso il nostro recapito del prodotto difettoso  o che non ci ha soddisfatti pienamente.

 

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HUB multiporta: il problema

Si legge nei forum di settore di persone disperate perché l’HUB multiporta, pur facendo bene il suo lavoro, appena collegato  provoca problemi alla connessione Wi-Fi o al Bluetooth. Nel mio caso la connessione ad internet, veicolata sul Wi-Fi, veniva immediatamente interrotto fino a che non scollegavo l’adattatore, cosa che lo rendeva, di fatto inutilizzabile. Ad essere interessati, in pratica, sono i collegamenti a 2,4 ghz; se il Wi-Fi  è a 5,0 ghz, ad esempio, i problemi saranno solo sul Bluetooth. Un problema di interferenza, quindi, ascrivibile ai disturbi in radiofrequenza prodotti dall’HUB col suo funzionamento.

HUB multiporta: la soluzione

Per risolvere in maniera definitiva i problemi legate alle interferenze è necessario applicare agli estremità del cavo di collegamento dell’HUB al computer due nuclei in ferrite. Il nucleo in ferrite  è un isolante del rumore elettromagnetico, serve ad isolare le frequenze che molto spesso si generano all’interno di apparecchiature elettroniche e che potrebbero disturbare altri dispositivi durante l’alimentazione. Protegge, in sostanza, cavi elettrici e video dalle interferenze.

I nuclei in ferrite costano veramente poco facendoci peraltro recuperare i soldi spesi nell’adattatore multiporta che dopo la loro applicazione non creerà più problemi di interferenze con il Wi-Fi del Mac e con gli altri dispositivi.

Nuclei in ferrite: quali scegliere

Quello di cui vi posto il link di Amazon qui a sinistra, è un set da 20 pezzi che comprende diverse misure, perché non ho idea della misura del cavo del vostro HUB o di quello che acquisterete, ma a questo link potete trovarne di tutte le misure e quindi risparmiare. Tenete presente che per il mio cavo ho impiegato due nuclei in ferrite adatti ai cavi da 5 mm.

Nel video che segue vi dimostro come funziona il tutto e vi  do tutte le indicazioni necessarie a risolvere il problema passo passo: buona visione!  

Spero che questo post vi sia stato utile e vi invito, come al solito, a mettere mi piace alla nostra pagina Facebook e a partire dai nostri link per fare i vostri acquisti su Amazon: a voi non vi costa nulla, per noi è un piccolo aiuto a tenere in linea questo blog.

 

Claudio Di Tursi

 

iPhone nuovo? Ecco come scegliere una custodia che protegge per davvero ed un vetro temperato che salverà lo schermo dalle cadute.

Tastiera a farfalla: uno dei più grandi fallimenti di Apple.

Un tastiera bellissima ma fonte di un’infinità di problemi
Il mio MacBook Pro 13” TouchBar del 2017 è una piccola macchina da guerra: leggero e potente, si adatta ad ogni compito e ad ogni situazione alla perfezione. Non c’è nulla che possa davvero impensierirlo; e se sul posto di lavoro c’è un monitor esterno da affiancare come estensione del suo splendido display retina, o magari un iPad da usare in modalità Sidecar, allora non ti ferma più nessuno.

Ecco cosa mi sarebbe piaciuto scrivere parlando del mio MacBook Pro. Purtroppo la realtà è diversa, la famigerata tastiera a farfalla mi ha creato problemi nel momento sbagliato, proprio quando avevo bisogno di scrivere molto ed in maniera efficiente. Per comprometterne il funzionamento, come ormai è risaputo, è stato sufficiente che qualche granello di polvere si insinuasse sotto ai tasti. Nel mio caso la lettera “g” anche se premuta con decisione veniva saltata, mentre la “b” spesso veniva stampata due volte.

Comandi al terminale errati, programmi che non compilavano, documenti con un infinità di parole sottolineate dal correttore ortografico di Word: una carneficina; ‘na Cambogia come direbbero gli amici romani.

 Il supporto Apple, alla sua pagina https://support.apple.com/it-it/HT205662, spiega come pulire la tastiera usando una bomboletta di aria compressa, ma quando si deve lavorare, specialmente in certe situazioni, attuare la procedura consigliata è improponibile. Il consiglio che posso darvi, nel caso dobbiate svolgere un compito delicato, è di fare la pulizia prima di iniziare la sessione di lavoro ed incrociare le dita sperando che vada tutto per il meglio. Nel mio caso il problema non è stato bloccante, ma ha sicuramente rallentato il mio lavoro e influito negativamente sulla mia capacità di concentrazione.

 

Per mitigare il problema creato agli utenti Apple ha predisposto un programma di assistenza in garanzia che copre i malfunzionamenti della tastiera per quattro anni dalla data di acquisto; i modelli che possono usufruirne sono:

• MacBook (Retina, 12 pollici, inizio 2015)

• MacBook (Retina, 12 pollici, inizio 2016)

• MacBook (Retina, 12 pollici, 2017)

• MacBook Air (Retina, 13 pollici, 2018)

• MacBook Air (Retina, 13 pollici, 2019)

• MacBook Pro (13 pollici, 2016, due porte Thunderbolt 3)

• MacBook Pro (13 pollici, 2017, due porte Thunderbolt 3)

• MacBook Pro (13 pollici, 2019, due porte Thunderbolt 3)

• MacBook Pro (13 pollici, 2016, quattro porte Thunderbolt 3)

• MacBook Pro (13 pollici, 2017, quattro porte Thunderbolt 3)

• MacBook Pro (15 pollici, 2016)

• MacBook Pro (15 pollici, 2017)

• MacBook Pro (13 pollici, 2018, quattro porte Thunderbolt 3)

• MacBook Pro (15 pollici, 2018)

• MacBook Pro (13 pollici, 2019, quattro porte Thunderbolt 3)

• MacBook Pro (15 pollici, 2019)

Il programma prevede la sostituzione dell’intero top case che incorpora la tastiera, ma a quanto ci è dato di sapere la tastiera sostituita sarà identica alla precedente e quindi i problemi potrebbero ripresentarsi.

Insomma, se vi serve un MacBook nuovo l’unico che ci sentiamo di consigliarvi è il MacBook Pro da 16” sul quale è stata reintrodotta la tastiera a forbice, altrimenti, come abbiamo già scritto in un post precedente, considerate l’opportunità di acquistare un MacBook Pro usato prodotto prima del 2016 (2015 per MacBook), anno in cui è stata introdotta la famigerata tastiera a farfalla.

Claudio Di Tursi

iPhone nuovo? Ecco come scegliere una custodia che protegge per davvero ed un vetro temperato che non rovinerà lo schermo.

Pellicola in vetro temperato: quale scegliere?

Ormai è assodato, per quanto dura possa essere la superficie dello schermo del nostro smartphone è sempre facile provocare dei graffi al display o addirittura romperlo in seguito ad un urto o ad una caduta: meglio dotarsi di una pellicola in vetro temperato prima di andare a spendere centinaia di euro Apple Store per una riparazione che si  poteva evitare.

Sì, ma quale scegliere? Sul mercato si trovano ottimi prodotti insieme ad autentiche quanto inutili fregature che possono risultare addirittura dannose, eccoci quindi a darvi qualche consiglio su quale pellicola scegliere, un po’ come abbiamo fatto per le cover che resistono davvero, un articolo che ha riscosso molto successo.

Cos’è il vetro temperato

Partiamo col dire che la tempra è il processo che rende un vetro normale più resistente a graffi, urti e sollecitazioni. Ci sono sostanzialmente due tipi di tempra, quella tradizionale e quella chimica

  • Nella tempra tradizionale “Il vetro temprato viene ottenuto per indurimento tramite trattamento termico (tempra). Il pezzo deve essere tagliato alle dimensioni richieste e ogni lavorazione (come levigatura degli spigoli o foratura e svasatura) deve essere effettuata prima della tempra. Il vetro è posto su un tavolo a rulli su cui scorre all’interno di un forno, che lo riscalda alla temperatura di tempra di 640 °C. Quindi viene rapidamente raffreddato da getti di aria. Questo processo raffredda gli strati superficiali, causandone l’indurimento, mentre la parte interna rimane calda più a lungo. Il successivo raffreddamento della parte centrale produce uno sforzo di compressione sulla superficie, bilanciato da tensioni distensive nella parte interna.” (Fonte Wikipedia. )
  • La tempra chimica viene utilizzata quando si vogliono ottenere resistenze superiori e trattare vetri più sottili ed è sicuramente più adatta all’applicazione che stiamo trattando. Si ottiene immergendo i vetri da trattare in un bagno di sali fusi di potassio a temperature superiori ai 400°C. Gli ioni di potassio (K+), contenuti nel sale vengono a sostituirsi agli ioni di sodio (Na+), di diametro inferiore, contenuti nella superficie del vetro, determinando l’instaurarsi di sollecitazioni di compressione su tutta la superficie e sui bordi. Queste forze sono compensate da tensioni di trazione presenti nella parte interna del vetro. Infatti il vetro temperato chimicamente ha tensioni superficiali superiori e tensioni in profondità inferiori rispetto al vetro temperato termicamente, cosa che determina un aumento della flessibilità. La tempra chimica aumenta anche la resistenza agli urti rendendo il vetro temperato  chimicamente due volte e mezzo più resistente del vetro  trattato col processo di tempra tradizionale e circa cinque volte più resistente di un vetro normale dello stesso spessore.

Siamo quindi di fronte ad un prodotto tecnico che va scelto con attenzione, stando molto attenti a non farsi troppo influenzare dal prezzo: non è vero che tutte le pellicole di vetro temperato sono uguali.

Com’è fatta una pellicola di vetro temperato

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La pellicola in vetro temperato è formata da quattro strati, ognuno con una funzione ben precisa ed insostituibile.

  1. A contatto con lo schermo c’è uno stato molto sottile di silicone leggermente adesivo la cui funzione è quella di fare un modo che la pellicola aderisca senza creare bolle. La qualità in questo componente è molto importante: deve essere trasparentissimo, deve resistere nel tempo senza deteriorarsi, non deve reagire ingiallendo se attraversato dalla luce, non deve lasciare residui quando verrà tolto e deve lasciare lo strato oleofobico originale dello schermo inalterato.
  2. Lo strato successivo è una pellicola sottilissima in TPU che ha il duplice compito di ammortizzare gli urti e mantenere le schegge di vetro al loro posto qualora lo strato di vetro temperato superiore dovesse frantumarsi. Anche questo componente deve essere di ottima qualità, trasparentissimo, resistente e non non deve ingiallire.
  3. Sopra allo strato in TPU c’è il vetro temperato vero e proprio che, come abbiamo detto, è bene sia stato temprato chimicamente. Deve essere spesso tra 2 e tre decimi di millimetro, uno spessore minore lo potrebbe rendere inefficace.
  4. La superficie del vetro deve essere trattata con un trattamento oleofobico ottenuto utilizzando nanoparticelle di un polimero che respinge il grasso delle mani e rende il vetro gradevolmente scivoloso come lo schermo originale. 

 

Quale pellicola in vetro temperato scegliere?

Avendo presenti queste caratteristiche, ci sentiamo di consigliarvi le pellicole in vetro temperato della Belkin, le stesse applicate dagli Apple Store e che su Amazon si trovano a prezzi più bassi.

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Se si vuole scegliere un prodotto valido a prezzi più contenuti, ci si può rivolgere alle blasonate Spingen che qui vi proponiamo, quando disponibili, nella versione con l’applcatore che consente un posizionamento perfetto.

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La ricarica rapida e la ricarica wireless danneggiano la batteria?

Hai comprato il nuovo cellulare e sei stato contentissimo nel trovare al suo interno un caricatore per la cosiddetta “Fast Charge”? Sei stato felice anche nel constatare che il nuovo gingillo supporta la ricarica wireless? Bene, se vuoi continuare a rimanere contento prosegui nella lettura di questo articolo; forse hai bisogno di qualche dritta.

Una ricerca condotta nel 2015 da due ricercatori del DESY di Amburgo (Deutsches Elektronen-Synchrotron) ha dimostrato scientificamente come la carica veloce, se usata frequentemente, può diminuire sensibilmente la vita operativa delle batterie al litio che equipaggiano i nostri dispositivi mobili. E siccome uno dei fattori che attentano alla salute delle batterie è il calore, allora anche l’uso della ricarica wireless merita una qualche attenzione.

Nel seguito di questo post analizzeremo insieme il risultato della ricerca e cercheremo di capire come comportarci per sfruttare al meglio le batterie e farle durare di più. Un modo per voler bene al pianeta, oltre che al portafogli.

 

Il risultato della ricerca in sintesi

Caricare le batterie agli ioni di litio troppo in fretta può ridurre permanentemente la loro capacità.

Porzioni della struttura di immagazzinamento dell’energia possono distruggersi e disattivarsi. Attraverso la ricerca del DESY per la prima volta si sono visti questi cambiamenti strutturali. Lo studio utilizza la tecnica della fluorescenza e mostra che, anche solo dopo pochi cicli di ricarica rapida, il danneggiamento alle strutture interne del materiale di cui è composto la batteria è chiaramente evidente, mentre con la ricarica lenta questo avviene dopo molto più tempo.

Nei loro esperimenti i ricercatori hanno esposto gli elettrodi di batterie differenti a venticinque cicli di carica e scarica che avvenivano a tre velocità diverse ed hanno analizzato la distribuzione degli elementi dei componenti degli elettrodi. Gli scienziati hanno potuto verificare che durante il caricamento rapido sono stati rilasciati dalla struttura cristallina atomi di nichel e manganese. Nella loro indagine, i ricercatori hanno individuato nell’elettrodo difetti simili a buchi con un diametro fino a 100 micron (0,1 mm). Le aree distrutte in questa maniera non possono più essere utilizzate per lo stoccaggio dell’energia.

 

Il calore danneggia le batterie al litio

Anche Il surriscaldamento è molto dannoso, in quanto porta a un degrado accelerato delle celle che compongono la batteria. Nei casi più estremi, quando nella batteria vengono superati determinati limiti di temperatura, a causa dell’ebollizione degli elettroliti, questa potrebbe gonfiarsi o addirittura esplodere. È quindi importante fare in modo che la batteria non si surriscaldi durante la fase di carica.

 

Il ruolo del controller di carica

Per minimizzare i danni derivanti dal processo di carica, gli smartphone moderni utilizzano un controller dedicato che monitora il livello di carica della batteria e la potenza erogata. La batteria viene caricata con la massima corrente di carica fino a quando non raggiunge circa il 60%, poi si passa alla ricarica lenta in cui l’intensità di corrente diminuisca progressivamente fino ad annullarsi del tutto al raggiungimento della carica completa.

La funzione di monitoraggio della temperatura implementata dal controller serve esclusivamente a proteggere la batteria impedendole di surriscaldarsi a valori critici, non evita che vengano raggiunte temperature che minano comunque la sua capacità di accumulazione.

 

Come comportarsi per mantenere la batteria in buone condizioni operative il più a lungo possibile

Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che la batteria è da considerarsi un materiale di consumo che deve essere cambiato quando offre prestazioni troppo lontane dai dati di progetto iniziale. Bisogna inoltre considerare che molti produttori di smartphone, Apple in testa, invece che una batteria stanno montando due batterie in parallelo in modo da dimezzare la corrente ricevuta dal caricatore rapido mantenendo gli stessi tempi di ricarica ma con uno stress per ciascun pacco di batterie dimezzato. Partendo da questi presupposti, possiamo comunque comportarci in modo che la sostituzione avvenga il più tardi possibile seguendo alcune semplici regole:

Usare la ricarica veloce solo quando è strettamente necessario: in condizioni ordinarie, quando abbiamo tempo, magari di notte, mettiamo in carica il telefono col caricabatterie ordinario, quello da 5 watt (5.0 V – 1.0 A).

• Se abbiamo possibilità di caricare il telefono in ufficio, in albergo, in treno o magari utilizzando con il cavo standard o uno certificato da Apple la presa usb del computer facciamolo. La batteria si stressa meno se le ricariche sono frequenti. E se sono brevi ed incomplete è ancora meglio.

Non utilizziamo la ricarica rapida di notte: sarebbe inutile e dannosa.

• 20% – 80%: il range ottimale. Le batterie al litio si stressano se si devono caricare partendo da un livello inferiore all’20% e nel tratto di ricarica che va dall’80% al 100%. Apple con iOS 13 ha introdotto la carica ottimizzata che consiste nello studiare le abitudini dell’utente così da caricare la batteria fino all’80% e portarla al 100% poco prima che l’utente stacchi l’iPhone dall’alimentatore. Una delle cause principali di deterioramento delle batterie al litio è il lasciarle in carica per molto tempo quando sono già al massimo.

Impostazioni->Batteria->Stato batteria

• Meglio non utilizzare il telefono mentre si sta caricando. Scaricare la batteria mentre questa si sta caricando comporta un’usura maggiore.

• Utilizzate il meno possible la ricarica wireless, quando lo fate scegliete caricabatterie wireless certificati per essere utilizzati col vostro dispositivo e centrate perfettamente il campo elettromagnetico posizionando lo smartphone privo di custodia come indicato nel libretto di istruzioni del caricabatterie. La ricarica wireless è sconsigliabile perché scalda la batteria è, a differenza della ricarica col cavo, carica la batteria mentre questa sta facendo funzionare il telefono, cosa che, come abbiamo detto, ne favorisce l’usura.

Claudio Di Tursi

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I Mac hanno bisogno dell’antivirus?

 

 

 

 

 

I Mac hanno bisogno dell’antivirus?

Questa è una delle classiche domande alle quali si risponde spesso in maniera approssimativa. Ed il bello è che si risponde sempre in maniera diversa.

È il momento di fare chiarezza con argomentazioni solide e verificate come è tradizione di questo sito.

Se volete una risposta immediata potete saltare al capitolo delle conclusioni, ma io vi consiglio di leggere anche i paragrafi che seguono: si tratta di informazioni che ogni buon utente Mac dovrebbe conoscere.

  1. XProtect, l’antivirus nascosto in MacOS
  2. GateKeeper, il buttafuori per le App non certificate
  3. Tecniche di protezione ulteriori
  4. Con Safari navighi in acque sicure
  5. Conclusioni
  1. XProtect, l’antivirus nascosto in MacOS
    Partiamo col dire che MacOS l’antivirus ce l’ha e si chiama XProtect. XProtect non è in alcun modo gestibile dall’utente, che non può disattivarlo o modificarne il funzionamento. Si tratta, in buona sostanza, di  un antivirus basico, che non effettua un controllo di tipo euristico – ne’ statico  ne’ dinamico – sulle azioni compiute dai programmi per capire se sono malware. In pratica, XProtect non decompila il codice del software scaricato confrontandolo con quello dei virus conosciuti e non effettua l’analisi del comportamento del codice scaricato in una sand box per vedere se le azioni che il software compie sono quelle tipiche dei malware; semplicemente confronta i programmi scaricati con le firme che identificano il codice malevolo  contenute nel suo database situato al percorso /System/Library/CoreServices/CoreTypes.bundle/Contents/Resources/XProtect.plist che viene aggiornato in maniera silente ogni volta che vengono identificate nuove minacce. L’unico controllo a disposizione dell’utente si trova in Preferenze di Sistema->Aggiornamento Software->Avanzate e permette di evitare di scaricare ed installare gli aggiornamenti di sicurezza, un’opzione da sconsigliare assolutamente.
    I Mac hanno bisogno dell’antivirus?.jpegSi può affermare, quindi, che XProtect garantisce una protezione di base dalle minacce conosciute, ma risulta poco efficace nella protezione contro le minacce non ancora diffuse ed analizzate: i cosiddetti exploit zero-day.
  2. GateKeeper, il buttafuori per le App non certificate
    Un altro sistema di sicurezza integrato in MacOs è GateKeeper che garantisce che il software istallato sul Mac provenga da una fonte certa: il MacApp Store o uno sviluppatore certificato.
    Per regolarne il funzionamento si deve andare in Preferenze di Sistema->Sicurezza e privacy.
    I Mac hanno bisogno dell’antivirus?.jpegLa sezione che governa il funzionamento di GateKeeper è quella in basso: “Consenti app scaricate da:”. Di default è impostato solo l’App Store, ma consentire l’installazione di App da sviluppatori identificati non diminuisce in maniera significativa il livello di sicurezza. Il problema sorge quando si installano applicazioni provenienti da sviluppatori sconosciuti, cosa possibile cliccando col tasto destro sull’applicazione dopo averla scaricata e scegliendo Apri dal menu contestuale. In questo caso il sistema ci avvertirà del fatto che l’app proviene da uno sviluppatore non certificato ma ci darà l’opportunità di aprirla ugualmente. Naturalmente l’App in questione verrà sottoposta al vaglio di XProtect, che se la riterrà pericolosa ne bloccherà l’esecuzione.
    Chiaramente Gatekeeper è disattivabile. Con le versioni precedenti per farlo si utilizzava una terza opzione nel pannello delle preferenze che abbiamo appena visto, ora si deve digitare un comando specifico da terminale: sudo spctl –master-disable
    una cosa da evitare assolutamente, a meno che in si sia sviluppatori o ricercatori che stanno testando il funzionamento di un’applicazione.
  3. Tecniche di protezione ulteriori
    Ci sono altre tecniche che MacOs utilizzaper proteggere il sistema alle quali daremo un’occhiata ma che meriterebbero approfondimenti che sono fuori dalla portata di questo articolo:

    • La ASLR (Address Space Layout Randomization, casualizzazione dello spazio degli indirizzi), rendendo casuale l’indirizzo delle funzioni di libreria, previene attacchi informatici portati a segno utilizzando le tecniche di buffer overrun e exploit che hanno bisogno d i conoscere con esattezza gli indirizzi delle funzioni del sistema operativo che attaccano.
    • L’EDB (execute Disable Bit) è una caratteristica dei sistemi basati su architettura Intel che, permettendo al processore di identificare delle aree di memoria nelle quali nessun programma può utente può esssere eseguito, aiuta a limitare l’esposizioene del sistema a virus e codice malevolo.
    • Il SIP(System Integrity Protection) utilizzato a partire da OS X 10.11 El Capitan, ha introdotto una funzione di sicurezza che evita la cosiddetta escalation dei privilegi. Con questa funzione vengono limitati i privilegi di root per quanto riguarda l’accesso alle aree del sistema sulle quali l’utente amministra non ha bisogno di intervenire. Questo concetto è stato ribadito con forza ancora maggiore con MacOS Catalina che addirittura sposta i file di sistema in una partizione di sola lettura. Naturalmente il web è pieno di guide che spiegano come bypassare anche questa limitazione: se proprio dovete farlo, fatelo con coscienza.
  4. Con Safari navighi in acque sicure
    A meno che non abbiate assoluta necessità di utilizzare un altro browser web, usate Safari. È logico pensare che nessuno possa creare un browser per Mac più sicuro di chi ha ideato il suo sistema operativo.  Safari ha una gestione eccellente delle password che utilizza il favoloso Portachiavi Apple, blocca i siti fraudolenti conosciuti e tutela la privacy dell’utente limitando l’accesso ai suoi dati personali. Non c’è nessuna ragione per utilizzare un browser di terze parti.
  5. Conclusioni
    Alla fine, dopo tutte queste elucubrazioni i Mac hanno bisogno dell’antivirus?
    Se siete i soli ad utilizzare il vostro Mac, utilizzate App provenienti dall’App Store o da sviluppatori identificati da Apple, non utilizzate programmi craccati, navigate su siti “normali” utilizzando Safari, fate backup regolari con Time Machine e, soprattutto, avete una buona padronanza nell’utilizzo di MacOS, potete fare a meno dell’antivirus o affidarvi a soluzioni come la versione gratuita  di BitDefender, che effettua a richiesta una scansione del sistema senza attivarsi in tempo reale.
    Se invece non siete gli unici utilizzatori del computer, il Mac viene utilizzato in ambito aziendale, utilizzate software contraffatto o proveniente da sviluppatori non certificati,  navigate in cattive acque con browser di terze parti, magari con l’odiato flash attivo, prendete in seria considerazione l’utilizzo di un buon programma antivirus: in questo caso consiglierei la versione a pagamento di BitDefender con attivo il controllo in tempo reale.

Claudio Di Tursi

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MacBook Pro o MacBook Air?

Meglio MacBook Pro o Macbook Air

MacBook Air o MacBook Pro

 

Nelle community a tema Apple spesso i nuovi utenti, volendo acquistare un portatile della mela, chiedono se sia i meglio acquistare un MacBook Air oppure un MacBook Pro.
A questo punto si scatena la tifoseria organizzata delle due fazioni che portando argomentazioni fantasiose, a volte anche bizzarre, cerca di convincere il malcapitato ad acquistare l’una o l’altra tipologia.

Prima che la situazione diventi ingovernabile facciamo un po’ di chiarezza.

1. introduzione
le informazioni che leggerete su questo articolo non riguardano modelli specifici ma le caratteristiche tecniche di due famiglie di prodotti ben distinte per architettura interna, materiali utilizzati e prestazioni. Le considerazioni qui formulate, quindi, sono valide per i prodotti recenti e, nella maggior parte dei casi, anche per quelli meno recenti appartenenti alla stessa serie.

2. Lo schermo
Iniziamo dalle banalità, se avete bisogno di uno schermo più grande, quella del MacBook Pro allora è una scelta obbligata: solo la linea Pro offre la diagonale da 16”. Va detto, poi, che pur essendo gli schermi del Pro da 13” e dell’Air due retina True Tone da 13” pollici che alla risoluzione di 2560 X1600 fanno 227 punti per pollice, la luminosità del pro è superiore rispetto a quella dell’Air: 550 nit il Pro, 400 scarsi l’Air.

3. La scheda Grafica
la scheda grafica grafica nei MacBook Air è integrata, mentre Nei MacBook Pro da 16” ed in quello da 15”, ormai fuori listino, ad affiancare la scheda grafica integrata può esserci, se scelta in fase di configurazione, una scheda grafica dedicata. Una scheda grafica integrata è realizzata sulla stessa piastra che ospita la CPU, ha a disposizione un quantità di memoria dell’ordine dei centinaia di MB ma per le sue necessità può usare anche la memoria di sistema attraverso la CPU.
La scheda grafica dedicata ha una memoria ad accesso rapido dell’ordine dei Gigabyte a sua completa disposizione ed una GPU ( processore grafico) multicore in grado di gestire programmi di elaborazione grafica pesanti su più schermi ed è una scelta obbligata per chi fa montaggio video a livello professionale.
Il fatto che sia l’Air sia il Pro, nelle sue configurazioni base, dispongano solo di una scheda grafica integrata, non significa che le prestazioni saranno le stesse. Le schede che equipaggiano idue modelli sono di classi differenti, ma, soprattutto, diverso è il TDP che nella serie Pro è circa il doppio di quello della serie Air. Il TDP è uno dei fattori che maggiormente influenzano le prestazioni dei computer, specialmente dei portatili. Ne parliamo diffusamente nel prossimo capitolo.

4. L’impianto di raffreddamento e il TDP
“Il Thermal Design Power (TDP) rappresenta un’indicazione del calore dissipato da un microprocessore, che il sistema di raffreddamento dovrà smaltire per mantenere la temperatura del processore stesso entro una soglia limite di sicurezza per i propri componenti. La sua unità di misura è il watt.” (Wikipedia).
Quando il processore non riesce a dissipare il calore prodotto, per proteggere i suoi preziosi circuiti diminuisce la frequenza operativa con un conseguente calo di prestazioni. Quando la temperatura scende sotto i livelli di guardia, la frequenza risale. Questo ciclo di operazioni, quando sono molto ravvicinate, prende il nome di Thermal Throttling. Una CPU con un TDP più elevato può garantire una potenza di elaborazione maggiore, a patto che il suo impianto di raffreddamento sia in grado di dissipare il calore prodotto dal processore. I processori che equipaggiano i MacBook Air hanno un TDP di 7 WATT, quelli che equipaggiano la serie Pro, hanno un TDP di almeno 28 WATT. L’impianto di raffreddamento dei MacBook Pro è in grado di raffreddare adeguatamente la CPU e la GPU non solo alla frequenza normale, ma anche quando la CPU raggiunge la frequenza di boost che viene mantenuta per tutto il tempo necessario a portare a termine il compito gravoso che le è stato affidato, sia esso un rendering o l’esportazione finale dopo il montaggio di un filmato. Naturalmente anche nei MacBook Air si sta attenti alle prestazioni portando al limite le frequenze di funzionamento, ma le frequenze raggiungibili sono minori e possono essere mantenute per minor tempo.

5. La CPU
Le CPU che equipaggiano le versioni professionali dei notebook della mela sono più potenti anche quando appartengono alla stessa serie in quanto, come abbiamo visto, hanno un TDP più elevato, fatto che che gli consente di raggiungere frequenze di lavoro più alte, e sono montate su uno chassis permette di dissipare in maniera efficiente il calore prodotto anche alla frequenza di boost che può essere mantenuta per tutto il tempo necessario. In fase di configurazione, inoltre, la scelta è più ampia e comprende i processori delle serie a più alte prefazionanti.

6. La memoria RAM e lo Storage
La serie Pro può essere equipaggiata, in fase di configurazione, di quantitativi maggiori di memoria Ram e di massa. Attualmente, la RAM può arrivare a 64GB e lo Storage su SSD a 8TB, valori eccezionali, per un notebook. La serie Air attualmente può avere fino a 16 GB di RAM e fino a 1TB di Storage su SSD, vaori comunque di tutto rispetto.

7. Aggiornabilità
Sotto questo punto di vista la serie Pro e la serie Air si equivalgono: nessuna parte è sostituibile, CPU,GPU, memorie Ram e dischi sono saldati sulla scheda madre. Un fatto ce spinge gli utenti a “pompare” un po’ di più le macchine in fase di configurazione.

8. I prezzi
Naturalmente l’acquisto di un computer della serie Pro va ponderato. Avere un computer con una potenza enorme ed utilizzarlo esclusivamente per la navigazione in rete, i social ed il pacchetto Office è uno spreco che si traduce in un aumento di prestazioni minimo. Diverso è il caso di chi debba produrre avanzati lavori di grafica o prodotti multimediali professionali, in questi casi l’acquisto di un MacBook Pro è d’obbligo.

ATTENZIONE: Brutte notizie per i possessori di iPhone 11, iPhone 11 Pro e Pro Max !!!

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Sui siti web di settore sta montando il solito scandalo di ottobre, quello che, come di consueto, segue di pochi giorni l’uscita dei nuovi iPhone. Quest’anno potrebbe chiamarsi Scratch Gate perché è di graffi sullo schermo che si tratta.

Sono sempre di più gli utenti che lamentano danni irreparabili agli schermi dei loro iPhone nonostante affermino di avere trattato i loro device con la massima cura. Pare, infatti, che gli schermi dei nuovi iPhone della serie 11 siano più inclini a danneggiarsi rispetto ai suoi predecessori. Addirittura sembra che lo schermo si graffi semplicemente toccandolo o tenendolo in tasca senza alcun altro oggetto.

Apple al momento non ha rilasciato alcuna dichiarazione, ma c’è d’aspettarsi che qualcosa succederà nelle linee di produzione. Non ci è dato di capire, invece, se per gli iPhone già venduti ci saranno iniziative tese a mitigare il danno, qualcosa di simile a quello che successe con l’iPhone 4 quando, in seguito all’antenna gate, fu predisposta un’apposita App con la quale richiedere gratuitamente una custodia originale Apple in silicone.

Non ci sarebbe da stupirsi se, quest’anno, ad essere distribuita a costo zero per gli utenti fosse una pellicola in vetro temperato.

Ecco i link alle notizie sul web su questo nuovo scandalo che sta montando:

https://www.tomsguide.com/news/iphone-11-owners-angry-over-easily-scratched-screens

https://www.saggiamente.com/2019/10/gli-schermi-di-iphone-11-11-pro-e-pro-max-si-graffiano-troppo-facilmente/

https://discussions.apple.com/thread/250669687

https://www.news.com.au/technology/gadgets/mobile-phones/iphone-11-users-claim-the-toughest-glass-in-a-smartphone-is-scratching-for-no-reason/news-story/5541c474013288897eb4223938c2f567

https://7news.com.au/technology/iphone-11-buyers-complaining-of-screen-scratching-too-easily-c-491889

Claudio Di Tursi

iOS 13.0? No grazie, meglio aspettare il 13.1: troppi bug e un calo vistoso della batteria.

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Sono tanti i bug che stanno saltando fuori in queste ore e che colpiscono i dispositivi -specie i più datati – che hanno installato iOS 13.0. Si parla di bug al gestore delle mail, all’App foto – profondamente ristrutturata- di vari bug minori e di una preoccupante falla di sicurezza che permette di sfruttare la funzione FaceTime per attivare il telefono anche se bloccato per visualizzare tutte le informazioni sui contatti.

Gli errori sono tali e di tale portata da spingere Apple ad anticipare di sei giorni il rilascio di iOS 13.1 che avverrà, quindi, il 24 settembre.

Da notare il calo vistoso della durata della batteria che si consuma con una curva di scarica molto più ripida a fronte dello stesso livello di utilizzo.

In conclusione, l’upgrade a iOS 13.0 è fortemente sconsigliato. Meglio aspettare iOS 13.1.

Claudio Di Tursi

Illumina quella cover!

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Stiamo preparando un articolo di quelli tosti sulle fotocamere dei telefoni cellulari, qualcosa che sta dando risultati inattesi, per non dire sorprendenti. Le prove però non sono ancora terminate e così il post di questa settimana sarà un po’ più leggero. Diciamo persino tamarro.

Spesso di notte o durante le riunioni dobbiamo zittire il nostro telefono. La vibrazione è un ottima soluzione, ma è difficile capire quale dei telefoni sta vibrando tra quelli sul tavolo. iOS ci viene incontro con una soluzione particolarmente azzeccata: se impostato nella maniera che vedremo fra un attimo, farà lampeggiare il led della fotocamera posteriore rendendo la notifica anche visiva.

Per abilitare il flash led per gli avvisi, rechiamoci in

Impostazioni->Generali->Accessibilità

e scorriamo fino a vedere la voce

Flash LED per avvisi

Selezioniamola ed attiviamo le spunte nella pagina successiva secondo le nostre necessità.

Se non si attiverà la seconda spunta, l’iPhone lampeggerà per ogni avviso anche se non avremo impostato la suoneria su silenzioso.

Potrebbe bastare, ma io so che state pensando alla custodia luminosa della foto di apertura. È semplicemente una robustissima custodia che per l’iPhone XR, XS, XS Max viene venduta su Amazon a 3,99 euro, mentre per iPhone 7 e 8 a 4,99 euro, e che ha la caratteristica di essere molto trasparente e con il bordo che, mentre sul davanti va a ricoprire i bordi dello schermo proteggendolo da cadute e rendendo i bordi stessi meno evidenti, sul retro solleva di mezzo millimetro il telefono dalla superficie d’appoggio. Questo basta a far sì che l’intera custodia, comportandosi da fibra ottica, trasmetta la luce del flash in tutte le direzioni.

Potete acquistarla cliccando sui link qui sotto.

Claudio Di Tursi

 

 

iPhone XR

iPhone 7 e 8

iPhone XS e X

iPhone XS Max

iPhone XR: “R” for Respect!

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A poco più di un mese del rinnovo della lineup non mi si va a rompere il touch screen dell’amato e insostituibile iPhone 6Plus? Prima di un viaggio importante, per giunta?

Non avevo alternative, dovevo dotarmi in fretta di un nuovo iPhone ma non ero disposto a spendere troppo in un modello che sarebbe stato superato da lì a poco. Mi sono quindi orientato sulla scelta migliore come rapporto qualità prezzo: a 725 euro ho portato a casa un iPhone XR e, dopo due settimane di prova, sono qui a raccontarvelo.

Non ve lo nascondo, avevo davvero molte perplessità su questo prodotto per quanto riguarda diversi aspetti e, se volete sapere se le mie preoccupazioni erano fondate, non vi resta che mettervi comodi e proseguire nella lettura.

1. Schermo

Le mie perplessità

Provenendo da uno schermo più definito, l’iPhone plus è full hd con una risoluzione 1080X1920 che su una diagonale di 5,5” fanno 401 ppi (pixel per pollice), avevo il terrore che passare agli 820×1792 pixel dell’iPhone XR su uno schermo da 6,1”, quindi più grande, con “solo” 324 ppi, avrebbe peggiorato la mia esperienza utente. D’altronde lo schermo è l’interfaccia principale con cui interagiamo con lo smartphone e, avendolo sotto gli occhi per più di cinque o sei ore al giorno, deve essere di ottima qualità e, soprattutto, efficiente. La mia preoccupazione era relativa, in particolare, alla quantità di informazioni visualizzate. Come si sarebbe visto, per esempio, un sito in modalità desktop? Il numero minore di pixel avrebbe compromesso la leggibilità?

La realtà dei fatti

Lo schermo dell’iPhone XR è eccellente, il fatto che non sia OLED non rileva ai fini della piacevolezza della fruizione dei contenuti. Dal confronto dello stesso sito visualizzato sull’iPhone 6 Plus sia in modalità mobile sia desktop emerge che il rendering nella visualizzazione mobile non cambia e che in entrambe le modalità l’iPhone XR mostra più contenuto in verticale. Confrontando lo schermo dell’iPhone XR con quello di un Huawei P20 Lite che sfoggia una risoluzione Full HD+, vale a dire 2280X1080, su una diagonale di 5,8” per ben 435 ppi, mi sono reso conto di quanto certe caratteristiche abbiano un significato prettamente commerciale. Lo schermo dell’iPhone XR appariva molto più nitido con colori molto più brillanti e contrastati, la leggibilità del testo era notevolmente superiore anche alle dimensioni più piccole. Vedendoli affiancati sembrava quasi che sullo schermo del Huawey ci fosse della una specie di nebbiolina. Il possessore del device, peraltro, un esperto del settore che mi ha aiutato nell’effettuare le prove, era concorde con questa analisi.

Il confronto con il pannello oled dell’iPhone X non ha fatto notare differenze degne di nota sul fronte dei colori. I tanto decantati neri, se davvero erano più profondi, lo erano in maniera difficilmente percettibile. La risoluzione dell’iPhone X, 2435 X 1125 su una diagonale di 5,8” per 463 ppi, non si traduce in una differenza di fruizione del testo degna di nota. Quello che è certo è che la GPU dentro all’A11 bionic che equipaggia l’iPhone X deve gestire 2.740.500 pixel, mentre la GPU interna all’A12 Bionic dell’iPhone XR ne deve gestire “solo” 1.469.440, quasi la metà, con una potenza di calcolo molto superiore; fatto che si traduce in animazioni più fluide, lag inesistenti, maggiore durata della batteria, temperature più basse.

Una caratteristica degna di nota, a chiudere il lungo paragrafo dello schermo, è la presenza della regolazione automatica della tonalità con il sistema True Tone. Il True Tone, oltre a calibrare la tonalità del colore dello schermo in funzione della temperatura di colore della luce ambiente, diminuisce notevolmente l’emissione della dannosa luce blu, fatto che aiuta ad arrivare a sera con gli occhi più riposati.

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